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Tra efficienza aziendale e manipolazione del pubblico: i rischi dell’era degli influencer artificiali

Nel corso degli ultimi anni l’intelligenza artificiale ha progressivamente invaso settori che, fino a poco tempo fa, sembravano intoccabili: dalla medicina al giornalismo, dalla finanza al diritto. Ma c’è un ambito che, almeno fino a ieri, appariva protetto da questa ondata di automazione tecnologica: quello degli influencer e dei creatori di contenuti digitali. Un mestiere che vive sulla presunta autenticità e sul rapporto diretto con il pubblico. Eppure, gli ultimi sviluppi mostrano che nemmeno questa professione è più al riparo.

Un recente caso proveniente dalla Germania ha acceso i riflettori su un fenomeno che rischia di trasformare radicalmente il marketing digitale. Vodafone Germania ha infatti lanciato una campagna pubblicitaria su TikTok affidandosi a un’influencer generata interamente dall’AI. Un avatar femminile costruito da algoritmi, programmato per muoversi, sorridere e comunicare come se fosse una persona reale.

Se a prima vista l’esperimento potrebbe sembrare una trovata di marketing come tante, a uno sguardo più attento emergono questioni inquietanti: la sostituibilità dell’essere umano, la manipolazione del consumatore e la progressiva normalizzazione di un mondo digitale popolato da figure inesistenti.


L’esperimento di Vodafone Germania

Secondo quanto riportato, la società di telecomunicazioni ha diffuso un video pubblicitario su TikTok in cui compare una ragazza apparentemente “in carne ed ossa”. Solo che di carne e ossa non c’è traccia: si tratta di un’influencer virtuale costruita con modelli generativi di intelligenza artificiale.

A colpire alcuni utenti non sono state le performance persuasive della protagonista, ma piuttosto i dettagli imperfetti che tradivano la sua natura artificiale:

  • movimenti dei capelli innaturali, che si comportavano come se fossero stati disegnati frame per frame;

  • nei che comparivano e sparivano misteriosamente da una scena all’altra;

  • espressioni facciali rigide e disturbanti, tipiche della cosiddetta “uncanny valley”, quella sensazione di disagio che si prova quando un’entità artificiale sembra quasi umana… ma non abbastanza.

Il risultato, secondo molti osservatori, è stato un contenuto all’apparenza simile alle tante pubblicità che scorrono quotidianamente sui social, ma che, a un’analisi più accurata, rivelava limiti tecnici e, soprattutto, un impatto culturale che va ben oltre il singolo video.

Quando la community ha iniziato a sollevare dubbi e domande, Vodafone non ha negato nulla. Anzi, ha ammesso apertamente la sperimentazione, rivendicando il diritto di testare l’intelligenza artificiale anche nella comunicazione pubblicitaria. “L’AI è ormai parte integrante della vita quotidiana”, hanno dichiarato i portavoce, “e vogliamo esplorarne l’utilizzo anche nel campo del marketing”.


Una strategia che non nasce dal nulla

Questa non è la prima incursione di Vodafone nel mondo dell’AI applicata alla pubblicità. Già l’anno scorso l’azienda aveva prodotto una campagna interamente generata da sistemi automatici, dall’ideazione alla realizzazione grafica. Sempre nello stesso periodo, la telco aveva sperimentato avatar digitali su TikTok, con l’obiettivo di ridurre drasticamente i costi e aumentare l’efficienza.

E i risultati, dal punto di vista aziendale, sono stati incoraggianti: spese ridotte, tempi più rapidi, performance di engagement paragonabili — se non superiori — a quelle di campagne con testimonial reali.

Non a caso, Vodafone ha recentemente stretto un accordo miliardario con Microsoft — 1,5 miliardi di dollari — per l’accesso a risorse cloud e strumenti di intelligenza artificiale. Un investimento che dimostra come i grandi player non vedano questi esperimenti come giochi passeggeri, ma come tasselli di una strategia di lungo periodo.


Non solo Vodafone: l’industria che cambia

L’esperimento tedesco non è isolato. In tutto il mondo sono sempre di più i brand che si affidano a influencer virtuali, avatar digitali capaci di generare milioni di interazioni e contratti pubblicitari da capogiro.

L’esempio più famoso è quello di Lil Miquela (@lilmiquela), seguita da oltre 2,8 milioni di persone su Instagram. Un personaggio inesistente che ha già collaborato con marchi di lusso, aziende di moda e brand tecnologici. Accanto a lei troviamo @thalasya_ (oltre 466mila follower) e @imma.gram (più di 400mila follower), anch’essi protagonisti di campagne internazionali.

Questi casi dimostrano che il pubblico non solo accetta la presenza di personaggi artificiali, ma li segue con la stessa fedeltà riservata agli influencer reali. Una trasformazione che mette in discussione il concetto stesso di “autenticità”, parola chiave che per anni è stata il pilastro del marketing digitale.

I vantaggi (per le aziende)

Per i brand, il fascino degli influencer virtuali è evidente:

  • costi ridotti (niente cachet milionari per star in carne ed ossa, niente spese di viaggio, trucco o produzione);

  • controllo totale dell’immagine (un avatar non fa scandali, non ha opinioni politiche compromettenti, non rischia di rovinare la reputazione di un marchio con un tweet improvvisato);

  • disponibilità infinita (l’influencer virtuale è sempre pronto a girare un video, a scattare una foto, a raccontare una storia: basta un comando).

Dal punto di vista aziendale, è difficile ignorare questi vantaggi. Ma la domanda è: a quale prezzo umano e culturale?


Le ombre del fenomeno

Se guardiamo oltre l’entusiasmo tecnologico, emergono criticità profonde e preoccupazioni etiche.

  1. Svalutazione del lavoro umano
    L’ascesa degli avatar digitali rischia di rendere obsoleto il lavoro di migliaia di creator, influencer e professionisti della comunicazione. Se un brand può ottenere gli stessi risultati (o quasi) con un personaggio artificiale a costo ridotto, quale sarà il futuro di chi oggi vive di collaborazioni online?

  2. Autenticità compromessa
    La forza degli influencer è sempre stata la loro capacità di sembrare autentici, di raccontare la vita quotidiana, di costruire un legame “umano” con il pubblico. Ma cosa succede quando quel legame è simulato da un algoritmo?

  3. Trasparenza e manipolazione
    Molti consumatori, di fronte a questi avatar, non si accorgono nemmeno che si tratta di entità artificiali. Questo apre scenari inquietanti di manipolazione: chi ci garantisce che, in futuro, non ci vengano venduti prodotti o idee politiche da figure create apposta per manipolare le nostre emozioni?

  4. Impatto psicologico
    La diffusione di modelli estetici irraggiungibili e irreali rischia di peggiorare i già delicati problemi di autostima e percezione del corpo che colpiscono soprattutto i più giovani. Se già gli influencer reali filtrano e modificano la loro immagine, un avatar digitale può incarnare una perfezione assoluta, con effetti devastanti sulla percezione sociale del bello.


La reazione dei consumatori

Nonostante l’apparente entusiasmo delle aziende, i dati raccontano una realtà più sfaccettata. Secondo una ricerca di Sprout Social, il 46% dei consumatori si dichiara a disagio all’idea che le aziende utilizzino influencer virtuali. Solo il 23% afferma di non avere problemi con questa prospettiva.

Ciò significa che quasi una persona su due percepisce questo fenomeno come inquietante, manipolatorio o comunque negativo. Una fetta di mercato non trascurabile, che potrebbe ostacolare la diffusione massiccia di queste strategie almeno nel breve periodo.


Futuro: rivoluzione o moda passeggera?

La vera domanda è: siamo davanti a una rivoluzione irreversibile o a una bolla destinata a sgonfiarsi?

Da un lato, i dati sugli investimenti (come l’accordo miliardario tra Vodafone e Microsoft) indicano che le aziende credono fortemente nel potenziale dell’AI applicata al marketing. Dall’altro, la diffidenza dei consumatori e i limiti tecnologici ancora evidenti (movimenti goffi, uncanny valley, imperfezioni grafiche) suggeriscono che ci vorrà tempo prima che questi avatar possano davvero sostituire del tutto gli influencer umani.

Quello che è certo è che il dibattito etico, sociale ed economico non potrà essere eluso. Se continueremo a normalizzare la presenza di testimonial artificiali, rischiamo di vivere in un ecosistema mediatico sempre meno legato alla realtà, sempre più manipolato da chi controlla gli algoritmi.


una sfida per tutti

Il caso Vodafone Germania ci mette davanti a un bivio: accettare passivamente che l’intelligenza artificiale sostituisca progressivamente l’uomo anche nei campi creativi, o fermarci a riflettere su cosa vogliamo davvero dal futuro della comunicazione.

La questione non riguarda solo gli influencer, ma tutti noi: consumatori, lavoratori, cittadini. Perché ogni like, ogni visualizzazione, ogni acquisto rappresenta un voto su quale direzione prenderà il mercato.

L’AI, da sola, non è né buona né cattiva: è uno strumento. Sta a noi decidere se utilizzarla per ampliare le possibilità creative e supportare le persone, o se lasciarla diventare l’ennesima occasione per cancellare posti di lavoro, ridurre l’autenticità e aumentare i margini di profitto delle multinazionali.

Quello che è certo, oggi, è che nessun mestiere è più al sicuro. Nemmeno quello degli influencer.

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